Revista Ítalo-Española de Derecho Procesal
pp. 83-117
Madrid, 2025
DOI: 10.37417/rivitsproc/3023
Marcial Pons Ediciones Jurídicas y Sociales
© Filippo Noceto
ISSN: 2605-5244
Recibido: 19/02/2025 | Aceptado: 03/04/2025
Editado bajo licencia Creative Commons Attribution 4.0 International License.

ALLE ORIGINI DELLA PRIMA CODIFICAZIONE PROCESSUALE SPAGNOLA FRA IDEOLOGIA LIBERALE E AUTARCHIA CULTURALE

AT THE ORIGINIS OF THE FIRST SPANISH PROCEDURAL CODE BETWEEN LIBERALISM AND CULTURAL SELF-SUFFICIENCY

Filippo Noceto*

Università degli Studi di Genova

RIASSUNTO: Il presente lavoro si propone di esaminare alcuni momenti del percorso storico-evolutivo che conduce all’emanazione del primo codice processuale spagnolo, focalizzandosi sul relativo côté ideologico-culturale. In particolare, muovendo dall’atteggiamento di revisionismo critico della dottrina spagnola di inizio ‘800 verso il diritto delle compilazioni, si intende approfondire le vicende che hanno favorito il consolidamento, nella Ley de Enjuiciamiento Civil del 1855, di una filosofia di riforma del processo civile di stampo storico-tradizionalista

PAROLE CHIAVE: codificazione processuale; ideologia liberale; filosofie di riforma del processo civile; Ley de Enjuiciamiento Civil.

ABSTRACT: This work aims to examine significant moments in the historical development that led to the first Spanish procedural code, with particular emphasis on its ideological and cultural dimensions. Moving from the early 19th-century Spanish doctrine’s critical revisionist stance toward medieval procedural law, it explores the events that resulted in the consolidation, within the 1855 Ley de Enjuiciamiento Civil, of a historical-traditionalist philosphy of civil procedure reform.

KEYWORDS: codification of procedural law; liberalism; philosophies of civil procedure reform; Ley de Enjuiciamiento Civil.

SOMMARIO: 1. PRIME MANIFESTAZIONI DI REVISIONISMO CRITICO DELLE FONTI DI DIRITTO COMUNE NELLA DOTTRINA PROCESSUALE SPAGNOLA DI INIZIO OTTOCENTO.— 2. LIMITATE INFLUENZE DELLA LEGISLAZIONE LIBERALE FRANCESE, ISOLAMENTO CULTURALE E GENESI DI UNA PROSPETTIVA DI RIFORMA STORICO-TRADIZIONALISTA.— 3. UN ESEMPIO DI STORIOGRAFIA GIURIDICA MANIPOLATA: LA INSTRUCCIÓN DEL PROCEDIMIENTO CIVIL DEL 1853 E L’OPPOSIZIONE DELLA CLASSE FORENSE.— 4. TENDENZE CONTRORIFORMISTE E CODIFICAZIONE DEL PROCESSO CIVILE.— 5. LA LIMITATA ESPERIENZA DELLA LEY DE ENJUICIAMIENTO CIVIL DEL 1855: UN PARZIALE APPRODO ALLA MODERNITÀ PROCESSUALE.

1. Prime manifestazioni di revisionismo critico delle fonti di diritto comune nella dottrina processuale spagnola di inizio Ottocento

La storiografia del processo civile di area europeo-continentale è solita descrivere (e celebrare) l’inizio del secolo xix come un fondamentale momento di transizione giuridico-culturale. In effetti, pur nella estrema varietà delle caratteristiche evolutive di ciascuna esperienza nazionale, tale periodo segna generalmente il distacco dalla lunga tradizione di diritto comune e la genesi di modelli processuali tipicamente “moderni”. Con ciò volendosi intendere non soltanto il potente affermarsi del fenomeno della codificazione processuale, ma anche il sedimentarsi, in ciascuno Stato, di una compiuta visione ideologica e culturale del processo civile, destinata a influenzarne l’evoluzione per tutto il corso del secolo xix (e, almeno in parte, anche per quello successivo) 1.

In una ulteriore (e forse scontata) approssimazione, tale frangente storico rappresenta per molti ordinamenti europei l’avvio di un percorso appunto di modernizzazione, contrassegnato da istanze di radicale rinnovamento fisiologicamente commiste ad altre di sostanziale conservazione del precedente assetto della giustizia civile 2. E, sempre in linea di estrema sintesi, si può dire che sia proprio il sovrapporsi di queste due opposte — e quasi connaturate — tendenze a scandire anche le peculiari vicende riguardanti la storia della prima codificazione processuale spagnola.

È, del resto, intorno a tali tendenze evolutive di fondo che, già agli inizi del secolo xix, si dipana il dibattito dottrinale concernente le due grandi opere compilative ancora in vigore, ossia le Siete Partidas e la Novísima Recopilación. Non risulta naturalmente possibile in questa sede soffermarsi sulla complessa trama di fonti processuali raccolte in tali corpus normativi, né sulle conseguenti difficoltà insite nella ricostruzione ad opera della prassi della disciplina concretamente applicabile per la decisione delle controversie in prima istanza 3. Basti segnalare come la dottrina dell’epoca ravvisasse nel diritto delle compilaciones i termini estremi di un percorso di accentramento giuridico che si snoda, dal basso medioevo all’età moderna, attraverso problemi irrisolti e tentativi di soluzione dal carattere scarsamente innovativo, specie sul piano delle variazioni tecniche prospettate. Nella visione dottrinale del tempo ciò vale in particolare a fondare (e a diffondere alla stregua di leitmotiv letterari) severe critiche di immobilismo riformatore, convintamente imputate all’incapacità del potere centrale di fare del patrimonio giuridico tradizionale il vero cardine dell’opera di ammodernamento della legislazione processuale 4.

Individuare in questo il limite fondamentale delle politiche uniformatrici storicamente sperimentate nella penisola iberica nell’arco di cinque secoli significa, per la dottrina di riferimento, porre le basi di una nuova ideologia delle riforme processuali, alla quale saranno ispirati tutti i principali interventi legislativi realizzati nel corso del secolo xix. Un’ideologia, senz’altro moderata e conservatrice, in virtù della quale il perfezionamento dell’esistente assetto del processo civile deve compiersi solo per gradi e, comunque, nel segno della continuità con la secolare tradizione giuridica autoctona.

D’altronde, è proprio guardando alla storia — e, segnatamente, alla storia delle riforme processuali — che la dottrina spagnola ottocentesca coglie e sistematizza l’esigenza di ripensare in chiave “tradizionalista” l’azione legislativa riguardante il processo civile. Sul piano storico, l’urgenza del cambiamento si ricollega principalmente a due fallimentari esperienze del passato. Ci si riferisce, per un verso, al recepimento acritico del diritto romano-canonico, realizzatosi con la compilazione delle Siete Partidas, a discapito della variegata trama di fonti particolaristiche altomedievali; e, per altro verso, agli insoddisfacenti risultati dell’ultima grande opera compilativa del 1805, la Novísima Recopilación, a sua volta implicante una mera riproposizione del diritto comune, senza la necessaria attenzione alla rielaborazione e al coordinamento delle “culture locali” del processo civile. Si tratta di circostanze che, nella previsione di ulteriori riforme, renderebbero appunto manifeste le conseguenze negative di una politica accentratrice fondamentalmente passiva e non improntata all’autonomo riadattamento delle fonti interne. In quello che potrebbe definirsi un modello di evoluzione dal basso, il rinnovamento della tradizione rappresenterebbe quindi, al contempo, la condizione preliminare all’eventuale accettazione di influenze normative esterne e lo strumento privilegiato di livellamento del particolarismo giuridico.

È, dunque, in tale prospettiva che le ricostruzioni storiografiche della prima metà del secolo xix sembrano assumere una connotazione sostanzialmente revisionista. In particolare, vi si percepisce una tendenza alla riconsiderazione di interpretazioni consolidate, che appare, però, prevalentemente supportata soltanto da brevi valutazioni critiche e coincise analisi del contesto storico-normativo di riferimento. Con riguardo alla monumentale e celebrata opera delle Siete Partidas (non casualmente nota nella cultura giuridica europea come Pandectas Castellanas), ciò che si pone in risalto è «la imprudencia en haber intentado trasformar de un golpe, y sin oportunidad, toda legislación antigua» 5. E altrettanto criticamente si descrive la Novísima Recopilación, come un «cumulo de leyes anticuadas», «lleno de inexactitudes y de anacronismo» 6.

L’importanza che tali ricostruzioni assumono, nell’avvalorare un’esigenza di mutamento nella cultura delle riforme del processo civile, risulta certo notevole, ma solo sul piano latamente politico. Contrapposizioni radicali e ampie esemplificazioni contribuiscono a delineare e diffondere una rilettura critica dell’esperienza passata che, per ampia parte del secolo xix, sarà presente nel dibattito istituzionale come giustificazione di riforme dai contenuti anche profondamente diversi. Nelle spesso ondivaghe dichiarazioni programmatiche del legislatore, i risultati della precedente elaborazione giuridica acquistano caratterizzazioni negative più o meno intense, senza però determinare un loro effettivo abbandono sul piano tecnico-disciplinare. Nonostante i molteplici difetti (o presunti tali), le Siete Partidas e la Novísima Recopilación rappresentano infatti le principali fonti organiche sulle quali innestare quell’opera di riammodernamento della tradizione che, nell’opinione di larga parte della dottrina e del potere politico, si considera la linea direttrice del cambiamento 7.

2. Limitate influenze della legislazione liberale francese, isolamento culturale e genesi di una prospettiva di riforma storico-tradizionalista

L’eredità della lunga tradizione del particolarismo giuridico iberico che la Spagna del secolo xix si trova a dover raccogliere risulta evidentemente complessa. E ciò non soltanto per le difficoltà insite nell’attuazione di politiche di accentramento e uniformazione giuridica adeguate alle mutate esigenze del tempo, ma anche per i problemi che da tale situazione derivano sul piano della gerarchia delle fonti. Dalla molteplicità e confusione delle varie legislazioni di origine monarchica e particolaristica discendono, innanzitutto, rilevanti problemi in merito all’individuazione delle normative applicabili; e ulteriori problemi si pongono con riguardo al coordinamento delle norme di diritto processuale in esse raccolte 8.

Fra i molteplici fattori che concorrono a determinare un simile stato di cose, ve ne è soprattutto uno in grado di evidenziare una sorta di estraneità del modello processuale spagnolo rispetto alle tendenze evolutive riscontrabili nell’Europa meridionale e, segnatamente, in Italia. Il riferimento è alla piuttosto limitata influenza esercitata dal Code de procédure civile napoleonico sulle riforme e sui tentativi di riforma registratisi nel Regno di Spagna a partire dal 1812.

Appare certo singolare che un evento di tale importanza per la storia della giustizia civile passi in maniera così rapida e quasi senza lasciare tracce di rilievo, specie considerando il diverso impatto avuto dal Code civil sul lungo processo di codificazione del diritto privato spagnolo 9. Non è, infatti, un caso che parte della dottrina contemporanea ravvisi proprio in questa curiosa separatezza (per non dire deliberato distacco) dalla cultura processuale francese la principale ragione di critica dell’evoluzione del processo civile spagnolo nel corso del secolo xix. Con ciò, in definitiva, raffigurando un percorso evolutivo che, dal Medioevo all’approvazione della LEC del 1881, si caratterizza — in negativo — per un’assoluta originalità, dettata tanto dall’assenza di influenze provenienti dalle circostanti culture giuridiche, quanto dall’adozione di un sistema di riforme incentrato sul riadattamento delle fonti tradizionali di diritto comune 10.

Con ogni probabilità, una delle cause principali delle peculiarità attribuite al “modo spagnolo” di concepire le riforme del processo civile si rinviene in quello che potrebbe definirsi l’autre côté della Guerra di indipendenza del 1808. È, infatti, soltanto a partire da tale momento che ha inizio, in diversi settori dell’ordinamento spagnolo, un percorso di graduale distacco dalla tradizione giuridica medievale, sino ad allora profondamente radicata 11.

La portata di un così esteso mutamento nella legislazione del Regno di Spagna appare confermata anche dalla prevalente impostazione storiografica, che proprio nel conflitto del 1808 individua la linea di confine tra la caduta dell’antiguo régimen (inteso nella sua più recente configurazione settecentesca di despotismo ilustrado) e la nascita dello Estado liberal. Un passaggio tra sistemi di governo ed epoche storiche che segna il brusco coinvolgimento del Regno nelle trasformazioni istituzionali in atto presso le principali monarchie europee; e che, per l’appunto attraverso questo sguardo verso l’esterno, dà vita a quella contrapposizione ideologica di fondo tra liberalismo e realismo che, per ampia parte del secolo xix, animerà il dibattito politico interno 12.

La breve parentesi dell’insediamento di Giuseppe Bonaparte sul trono di Spagna e la conseguente reazione indipendentista delle Corti di Cadice rappresentano, invero, i tentativi più eclatanti di porre fine al precedente assetto della monarchia borbonica e di far seguire a essa la creazione di un ordinamento giuridico tipicamente “moderno”, in quanto ispirato ai principi delle Costituzioni francesi della fine del secolo xviii 13. Si tratta di tentativi che, come noto, perseguono finalità politiche molto diverse. Eppure, le ragioni che ne causano il fallimento possono dirsi in parte analoghe. In entrambi i casi, ciò che si intende realizzare è una rivoluzione dall’alto: un’estesa trasformazione dell’ordinamento, guidata da una ristretta élite di intellettuali e politici, che avrebbe dovuto rappresentare una sorta di punto di non ritorno rispetto alla risalente strutturazione della monarchia spagnola 14.

L’insuccesso in cui si risolve il programma politico del re francese risulta senza dubbio più plateale, sia per gli obbiettivi che questi si proponeva, sia per il modo con il quale si intendevano perseguire. Al di fuori del circoscritto numero di coloro che, per inclinazione culturale, interesse personale o di categoria, aderiscono e collaborano all’instaurazione della dittatura napoleonica (definiti in maniera dispregiativa come afrancesados), la maggior parte della società spagnola si schiera a difesa dell’assolutismo borbonico, assestandosi su posizioni rigidamente reazionarie 15.

L’orientamento generale non cambia di molto neppure quando, nel mutato quadro delle forze militari e politiche in campo, a farsi interprete dei sentimenti di riforma in senso liberale della monarchia spagnola sono le Corti di Cadice 16. Benché lo scopo fondativo dell’assemblea gaditana sia certamente quello di rovesciare il regime costituzionale instaurato da Giuseppe Bonaparte a Baiona, a creare una frattura fra la popolazione e i liberali di Cadice è il riproporsi, in questi ultimi, di istanze di rinnovamento in massima parte ascrivibili all’illuminismo francese. Un retroterra culturale e ideologico, quello del liberalismo gaditano, che segna appunto una profonda rottura nella coesione politica realizzatasi nel segno del movimento indipendentista; e che — come subito si dirà — risulta incidere anche sulle successive scelte in tema di riforma del processo civile 17.

Per limitarsi a qualche esempio, nelle discussioni che precedono la promulgazione del testo costituzionale del 1812, lo scontro tra le posizioni più progressiste e quelle appartenenti all’area maggiormente conservatrice dell’assemblea rende evidente la sostanziale diversità di vedute e di aspirazioni sui caratteri fondamentali da attribuire al nuovo ordinamento giuridico spagnolo 18. Con una certa dose di demagogia, i deputati realisti — anche noti come serviles per la loro rigida visione assolutistica — pongono al centro del proprio manifesto politico il rifiuto aprioristico di qualsiasi istanza di cambiamento modellata sull’esperienza francese, incontrando, in tal modo, l’adesione di amplissime parti della popolazione e del clero 19.

Di fronte al rischio di una crisi di rappresentatività dalle possibili disastrose conseguenze, la componente liberale delle Corti di Cadice compie una scelta per molti versi cruciale, in quanto destinata a improntare di sé il modo di concepire le riforme delle istituzioni monarchiche e il relativo assetto giuridico (compreso, appunto, quello processuale). Si tratta della scelta di attribuire pubblicamente un nuovo significato alle aspirazioni di modernizzazione del Regno di Spagna; o, in altri termini, di presentare all’opinione pubblica un’immagine diversa della rivoluzione in atto e delle sue immediate finalità.

L’essenza di tale approccio politico può farsi consistere in quello che oggi si definirebbe un uso “pubblico” della storia, a intendere l’utilizzo di una rilettura del passato — spesso selettiva, se non del tutto artefatta — mirante alla creazione di una parvenza di continuità tra le istanze di riforma e l’esistente 20. Una tecnica di legittimazione politica in senso lato, che consentirà ai liberali di Cadice di adombrare la predominante matrice ideologica del proprio disegno riformatore e, al contempo, di elevarsi a restauratori di una tradizione liberale tanto autenticamente spagnola quanto del tutto fasulla 21.

Il tentativo di affermare in tal modo un’identità storica e culturale realmente alternativa all’antiguo régimen non otterrà tuttavia i risultati desiderati. Può, anzi, dirsi che, per larga parte del secolo xix, il sostanziale fallimento della rivoluzione di Cadice costituirà l’esempio in grado di sintetizzare la netta opposizione della società spagnola del tempo a ogni proposta di riforma che miri a trasformare radicalmente il pregresso sistema giuridico-istituzionale 22.

Sullo sfondo del clima culturale e politico che contraddistingue la nascita dello Estado liberal, alcune peculiarità del modo spagnolo di concepire le riforme del processo civile sembrano dunque trovare una qualche ragion d’essere e un proprio particolare significato. In effetti, quanto dinanzi osservato non vale tanto a spiegare l’emergere, nella società civile dell’epoca, di tendenze reazionarie e ostili alla cultura giuridica francese (di per sé ravvisabili anche in molti Stati preunitari italiani dopo la caduta del regime napoleonico), bensì a mettere in luce l’affermarsi, in seno alla versione più “progressista” del liberalismo spagnolo, di un’ideologia per così dire storico-tradizionalista delle riforme processuali, che finirà invariabilmente per riproporsi lungo tutto il secolo xix 23.

Sotto il profilo che qui interessa, l’atteggiamento assunto dai liberales si traduce, innanzitutto, nella scelta di ripensare in chiave apparentemente nacionalista il proprio programma e, in particolare, quelle innovazioni che, sull’esempio dell’ordinamento francese, si aspira a introdurre nei vari ambiti della legislazione spagnola 24. In questa prospettiva-limite, ogni riforma va concepita in modo da poter essere attuata senza suscitare reazioni ostili; il che generalmente significa rimanere all’interno del sistema previgente e degli orientamenti consolidati nella prassi, oppure apportare modifiche — più o meno ampie, a seconda dei casi — curando che siano comunque percepite come ispirate alla mitizzata tradizione medievale spagnola e di sostanziale continuità con l’esistente.

In un ambito che, forse più di altri, può dirsi ancora addentro al Medioevo e alle sue leggi, come quello dell’amministrazione della giustizia civile, l’impronta conservatrice del riformismo liberale si manifesta con singolare intensità e con conseguenze di vasta portata e prolungate nel tempo. Pur di fronte all’oggettiva esigenza di riforme generali e radicali della giustizia civile, l’idea che prevale e si consolida, nella classe politica liberale, consiste essenzialmente nel preservare l’eredità del diritto comune, proseguendo sulla via delle sistemazioni parziali e dell’innesto di soluzioni tutto sommato coerenti con la struttura originaria del processo. Ne discende, nel complesso, un’impostazione culturale e metodologica, contraddistinta da un profondo legame con la memoria storica e l’identità nazionale spagnola, ove l’elemento cardine della continuità con la tradizione dell’antiguo régimen non rappresenta un’ideologia di facciata per legittimare soluzioni innovative o percepibili come tali, ma un autentico vincolo da rispettare per il buon esito di qualsiasi riforma 25.

In questo sguardo rivolto al passato, le istanze provenienti dalle culture straniere e da quella francese, in particolare, assumono un’importanza del tutto marginale. Il Code de procédure civile — che, assieme agli altri codici francesi, sarebbe dovuto entrare in vigore durante l’occupazione napoleonica — finirà per rappresentare una sorta di modello antagonista; o, in altre parole, il prodotto di una cultura giuridica, diffusamente osteggiata e respinta, dal quale distaccarsi sotto ogni profilo, persino a livello linguistico 26.

L’esempio forse più emblematico dell’ortodossia culturale di tale periodo è dato dalla creazione dello stesso termine “enjuiciamiento”, che ancora oggi designa la legislazione processuale spagnola 27. Si tratta di un neologismo che compare per la prima volta, a livello legislativo, nel Código de Comercio del 1829 (art. 1219), per poi affermarsi definitivamente con l’adozione della Ley de Enjuiciamiento sobre los negocios y causas de comercio del 1830 28.

Effettivo autore di tali testi normativi, e artefice del neologismo in questione, è Pedro Sainz de Andino: celebre giurista afrancesado, esule in Francia in seguito alla Restaurazione del 1814 e, infine, riabilitato nella compagine governativa della Spagna conservatrice per volontà del ministro de Hacienda, Luis López Ballesteros 29. Proprio per il suo passato politico, Sainz de Andino si dimostra un fedele interprete del riformismo più cauto, specie sotto il profilo della presa di distanze dalla cultura processuale francese e della conseguente necessità di attribuire fondamenta tradizionaliste alle pur minime innovazioni 30. E, infatti, è proprio a questa capacità di adattamento allo spirito del tempo e al modo spagnolo delle riforme che si ricollega la pragmatica scelta di evitare il ricorso a vocaboli, come “procedimiento” o “procedimientos”, poco presenti nella tradizione spagnola e, per contro, sensibilmente vicini per assonanza alla “procédure” francese 31.

3. Un esempio di storiografia giuridica manipolata: la Instrucción del procedimiento civil del 1853 e l’opposizione della classe forense

Una sostanziale conferma delle ricostruzioni sin qui realizzate sembra potersi trarre dalle successive vicende della riforma del processo civile 32. Costituisce in effetti una circostanza ampiamente acquisita nella storiografia contemporanea che a incidere sul risultato finale del primo percorso di codificazione del diritto processuale spagnolo sia stata anche, se non soprattutto, l’esigenza di sostituire un precedente tentativo di riforma organica del processo civile, costituito dalla Instrucción del procedimiento civil con respecto a la Real jurisdicción ordinaria del 1853.

È stato detto, a proposito della Instrucción del procedimiento civil, che essa rappresenta la riforma processuale più innovativa realizzata nella Spagna del secolo xix, al punto da essere stata anche accostata — certo, in un momento storico di particolare fascinazione per la cultura giuridica di area germanica — all’ordinanza kleiniana del 1895 33. Pur prescindendo da tali valutazioni, non sembra comunque potersi negare che la Instrucción rappresenti uno dei tentativi più rilevanti di rimediare ai molti difetti del processo di diritto comune spagnolo. Ma pare altrettanto agevole constatare come si tratti di un’opera legislativa che non esprime, né intende esprimere, una nuova concezione del processo civile e delle sue relative funzioni, come anche attestato dal fatto che essa esclude dal proprio ambito di intervento sostanziali modifiche del preesistente assetto del modello procedimentale ordinario. Può, anzi, dirsi che si tratti di una riforma derivata dall’esperienza, dall’osservazione diretta delle prassi giudiziarie e forensi dell’epoca e, quindi, da un atteggiamento di estremo realismo nella prospettazione di alcune possibili soluzioni allo stato emergenziale in cui versa la giustizia civile spagnola nella prima metà del secolo xix 34.

Per quanto distanti da obiettivi di riforma radicale, le finalità della Instrucción si pongono comunque in netta antitesi con il ruolo, per certi aspetti egemonico, tradizionalmente acquisito dalla classe forense nella “gestione pratica” dello strumento processuale; ruolo che trova il suo naturale pendant in un atteggiamento schiettamente conservatore. In effetti, i correttivi di ordine formale e sostanziale, che la Instrucción mira a introdurre nella disciplina del rito ordinario, entrano inevitabilmente in contrasto con consuetudini consolidatesi in un lunghissimo periodo di tempo. Con ciò a intendere non tanto il novero delle prassi volte a colmare lacune o risolvere questioni di pura pratica del processo, ma piuttosto i connessi fenomeni di elusione delle norme processuali considerate inadeguate a garantire una piena tutela degli interessi delle parti private. D’altra parte, a giustificare questa sorta di immobilismo sul fronte delle riforme è, in particolare, la convinzione che la principale garanzia del processo risieda nel suo formalismo, ossia nella accentuata analiticità delle regole (qui poco importa se dettate dal legislatore o ricostruite in via di sedimentate interpretazioni) che scandiscono tempi e modalità di esercizio dei poteri dispositivi delle parti, escludendo ogni profilo di discrezionalità o di arbitrio del giudice. Con riserva di tornare a breve su tali aspetti, si può dunque affermare che, nella percezione della classe forense di allora, il processo di diritto comune, così come “perfezionato” dalla prassi, riassumesse tutte le caratteristiche di un processo civile “moderno”; e che, pertanto, nessuna riforma delle leggi esistenti risultasse davvero indispensabile per una migliore amministrazione della giustizia civile.

Non è possibile stabilire se i rischi legati alla reazione conservatrice dell’ambiente forense siano stati adeguatamente valutati dall’allora ministro di grazia e giustizia, de Castro y Orozco, al momento di predisporre il testo finale della Instrucción 35. In ogni modo, è un fatto che la rapida abrogazione della riforma del 1853 sia dipesa anche da scelte politiche piuttosto insolite e, per certi versi, decisamente avventate. Innanzitutto, rispetto al normale modus legiferandi dell’epoca, risulta senz’altro inconsueta la scelta del ministro di servirsi della forma del Real Decreto per l’approvazione della Instrucción; o, in altre parole, di intervenire sulla disciplina del processo civile mediante una tipologia di provvedimento legislativo che, nel particolare regime costituzionale instaurato nel 1845, non necessita di successivi atti di convalida da parte del parlamento. L’ulteriore conseguenza di questa scelta è che la Instrucción entra in vigore al momento della pubblicazione nella Gaceta Oficial, senza l’usuale termine di vacatio legis e senza che il relativo testo fosse stato precedentemente diffuso attraverso canali ufficiali del ministero 36.

La Instrucción del procedimiento civil con respecto a la Real jurisdicción ordinaria entra dunque in vigore il 4 ottobre 1853, a soli quattordici giorni dalla nomina di de Castro y Orozco a ministro di grazia e giustizia del governo conservatore presieduto da Luis José Sartorius. La pubblicazione del testo della Instrucción, accompagnato da un’importante relazione illustrativa a firma dello stesso ministro, incontra subito le critiche del partito progressista. Ciò che lo schieramento di opposizione rileva è che si tratti di un’opera legislativa affrettata, priva della necessaria legittimazione parlamentare e del tutto non condivisibile nelle sue linee di fondo 37.

L’importanza di questo dato non è secondaria, dal momento che la compagine partitica del progressismo liberale annovera i più autorevoli esponenti dell’accademia e della classe forense del tempo. Il che consente di estendere la battaglia politica per l’abrogazione della Instrucción anche al versante dottrinale, ove risulta in particolar modo evidente l’assenza di interlocutori altrettanto qualificati fra le fila politiche del partito conservatore 38.

In effetti, nel dibattito pubblico conseguente all’emanazione della riforma, gli interessi politici del partito progressista finiscono per allinearsi alla generale disapprovazione manifestata dalla classe forense nei confronti della Instrucción e del ministro guardasigilli; al quale si rimprovera di aver eliminato alcune fra le garanzie processuali più rispondenti agli interessi di tutela delle parti e, soprattutto, di aver oltrepassato i limiti della correttezza istituzionale, indicando nella «mala fé y avaricia» del foro «el verdadero cáncer» della giustizia civile 39.

Non è, quindi, un caso che i primi fautori di una dura presa di posizione della classe forense sui contenuti della Instrucción coincidano proprio con i membri di maggior rilievo nelle fila del partito di opposizione 40. Del resto, forse per scelta dello stesso guardasigilli, l’avvocatura risulta esclusa dall’interlocuzione ufficiale sulle possibili proposte di modifica della Instrucción, avviatasi fra ministero e magistratura dopo soli tre mesi dalla promulgazione della riforma 41. Una circostanza, questa, che accresce oltremodo la spaccatura tra istituzioni e classe forense.

In particolare, la risposta ufficiale dell’avvocatura è affidata a un’apposita commissione di avvocati, accademici ed ex-decani, specificamente incaricata dal Colegio de Abogados de Madrid di redigere osservazioni e proposte al testo ministeriale, da sottoporre con urgenza all’attenzione del parlamento 42. Il risultato dei lavori è un eccezionale documento di sintesi delle tendenze corporative e conservatrici presenti nella classe forense del tempo. Si tratta, infatti, del primo atto con il quale l’avvocatura spagnola assume una posizione unitaria sulla riforma del processo civile. E, al di là delle formule, occorre precisare sotto diversi profili la portata di simili valutazioni preliminari.

Nelle ottanta pagine che compongono le osservazioni del foro madrileno, il tema ricorrente è quello dell’effettività della tutela giurisdizionale, fondamentalmente intesa come definizione degli obbiettivi verso cui dovrebbe tendere un processo civile “moderno” (in senso storico) e del modo per realizzarli 43. È noto che nell’Europa meridionale del secolo xix, e soprattutto in Italia, ciò significasse dare attuazione ai principi corrispondenti all’ideologia liberale della giustizia civile 44. E, più precisamente, perfezionare, sul piano tecnico-normativo, la concezione dogmatica secondo cui la tutela processuale dei diritti possa essere davvero effettiva solo in presenza di un numero elevato di formalità, termini, scritti difensivi e di quant’altro necessario ad assicurare alle parti un’ampia disponibilità del processo in tutte le sue varie fasi 45.

Il riscontro di una certa coincidenza ideologica fra la visione dominante della dottrina europea e le aspirazioni di riforma espresse dall’avvocatura madrilena, nelle Observaciones sobre la Instrucción, sembrerebbe in parte smentire l’autoreferenzialità culturale in genere ravvisata nell’elaborazione dottrinale spagnola del secolo xix 46. Senza entrare nel dibattito relativo alle inclinazioni culturali della dottrina spagnola del tempo, appare comunque da segnalare come la presenza di orientamenti riconducibili alla concezione liberale del processo influisca in maniera piuttosto ridotta sulla configurazione normativa delle riforme prospettate e realizzate in tale periodo. In effetti, come risulta dalle stesse osservazioni dell’avvocatura madrilena, simili orientamenti non vengono razionalizzati in forma di concrete proposte di affinamento tecnico e sistematico della disciplina di diritto comune. Al contrario, il riferimento ai principi-cardine del modello liberale assume una significativa importanza nel giustificare la conservazione dell’esistente; o, per meglio dire, il mantenimento di un sistema di leggi e di consuetudini, affinatosi in un lungo periodo di tempo attraverso successive approssimazioni, che si considera già di per sé più che coerente con i valori garantistici alla base della “moderna” ideologia liberale 47.

Sull’esempio del Collegio forense di Madrid, ulteriori commenti e pareri sulla Instrucción del procedimiento civil vengono pubblicati dai Collegi di Barcellona, Valencia e Saragozza. E, nonostante le differenze nella scelta degli argomenti utilizzati, ciò che emerge è un sostanziale rifiuto delle politiche di riforma intraprese dal ministro, così come unanime è la richiesta di un immediato ritorno alla previgente legislazione 48.

Sul fronte della magistratura, l’avvio dell’interlocuzione ufficiale, decretato dal guardasigilli nel dicembre 1853, impone ai reggenti delle varie Audiencias territoriali di trasmettere al ministero brevi resoconti sull’applicazione pratica della Instrucción, segnalando, al contempo, eventuali difetti e possibili modifiche migliorative 49.

Probabilmente in ragione delle particolari modalità di tale interazione, le opinioni espresse dal giudiziario risultano decisamente meno critiche di quelle formulate dall’avvocatura, e non mancano esempi di encomiastica approvazione dell’operato ministeriale 50. Non è possibile valutare quanto i resoconti raccolti dal ministero rispecchiassero le reali posizioni della magistratura sulla riforma del processo civile, e neppure quanto una prudente moderazione delle relative valutazioni potesse rendersi necessaria per varie ragioni di opportunità. È, tuttavia, un dato di fatto che, instauratosi un nuovo governo e abrogata la Instrucción, l’orientamento del giudiziario muta radicalmente, rivelando inclinazioni reazionarie e conservatrici del tutto sovrapponibili a quelle diffuse nell’avvocatura 51.

4. Tendenze controriformiste e codificazione del processo civile

La Instrucción del procedimiento civil viene formalmente abrogata il 18 agosto 1854, dopo soli undici mesi dalla sua entrata in vigore, passando alla storia come la più breve esperienza di riforma del processo civile compiuta nella Spagna del secolo xix 52.

Come osservato, a determinare tale epilogo è un insieme di diverse circostanze, che hanno per base comune la volontà di salvaguardare interessi particolaristici, di natura politica e corporativa. In connessione a queste vicende, emerge anche il profondo radicamento nella cultura relativa al processo civile di un conservatorismo quasi assoluto, ove ogni innovazione si percepisce a priori come destabilizzante e rischiosa. Poco importa, quindi, in che modo e con quali effetti si interviene sull’esistente disciplina del processo civile. Per larga parte dei giudici e degli avvocati del tempo, l’idea stessa di riforma contrasta con il valore-guida (che è, appunto, anche strumento di difesa dello status quo) della continuità storica; il che è particolarmente vero per la Instrucción del 1853, considerata, più di ogni altra, lontana dalla tradizione spagnola e dagli ideali di garantismo in essa consacrati.

Con l’abrogazione della Instrucción, il problema della riforma del processo civile assume connotazioni politiche chiare e ben definite. Segnatamente, nella parentesi del cosiddetto Biennio progressista (luglio 1854-luglio 1856), l’emanazione di un codice processuale “moderno” diviene un obiettivo prioritario della nuova politica dell’esecutivo; e ciò non soltanto per la necessità di dotare l’amministrazione della giustizia civile di un complesso di regole uniforme e coerente, ma anche per l’esigenza di segnare un profondo distacco dalla fallimentare riforma del 1853, voluta e decisa dal contrapposto schieramento conservatore. Di qui, in buona sintesi, le premesse sulla cui base si vanno a modellare, entro le fila del Partito liberal-progressista, le linee fondamentali del primo codice di procedura civile del Regno di Spagna.

In conseguenza del cambio di regime del luglio 1854, l’inizio del percorso di avvicinamento alla Ley de Enjuiciamiento Civil coincide innanzitutto con la destituzione della Commissione ministeriale incaricata di riformare la Instrucción del procedimiento civil 53. Nel programma politico del nuovo governo, l’importanza di tale atto risulta per vari motivi cruciale, tanto da ritenersi indispensabile un atteggiamento di particolare attenzione e cautela. Ne consegue la scelta del neonominato guardasigilli, de Conejares, di non provvedere in maniera esplicita all’immediato scioglimento della Commissione di riforma. Nella percezione dell’esecutivo, appare, infatti, fondamentale attribuire alla formazione del nuovo codice una valenza prettamente tecnica e apolitica, soprattutto in ragione delle peculiari modalità legislative con le quali si ritiene debba avvenire la sua approvazione. Occorre, inoltre, considerare che fra i componenti della Commissione figurano due fra i più influenti giuristi dell’epoca, ossia Manuel Cortina e Pedro Gómez de la Serna; entrambi politicamente riconducibili alla nuova maggioranza di governo, nonché principali artefici della protesta dell’avvocatura madrilena nei confronti delle politiche legislative intraprese dal precedente esecutivo. Pertanto, la destituzione della Commissione deve compiersi solo per gradi e con la cura di fornire pubblicamente motivazioni puntuali alle iniziative in tal senso compiute 54.

In particolare, nel settembre del 1854, il ministro de Conejares affida a un’apposita Commissione il compito di riformare la legge sull’ordinamento giudiziario 55. Non casualmente, la presidenza della Commissione viene attribuita dapprima a Pedro Gómez de la Serna, per poi essere trasferita, nel mese successivo, a Manuel Cortina 56. Realizzato questo passaggio, lo scioglimento della Commissione di riforma istituita dal precedente governo risulta pressoché immediato. A distanza di soli dieci giorni dall’insediamento di Cortina, il ministro guardasigilli ordina al referente della precedente Commissione governativa, de Olavarrieta, di trasferire il proprio lavoro alla Commissione per la riforma dell’ordinamento giudiziario; e ciò con il buon proposito di garantire che l’elaborazione del nuovo codice e della Ley Orgánica de Tribunales y Juzgados possano avvenire con «la debida armonía y consonancia» 57.

Concluso in breve tempo il cambio di vertice alla Commissione, l’obbiettivo del governo Espartero diviene quello di assicurare una altrettanto rapida preparazione e approvazione del codice. Il che significa, in buona sostanza, porre a fondamento della riforma principi e ideologie largamente condivise, facendo tesoro delle istanze conservatrici che la breve esperienza della Instrucción aveva fatto emergere in ampi settori della politica, dell’avvocatura e della magistratura.

Secondo le attese, nel gennaio del 1855, la Commissione licenzia un progetto di legge-delega (o di Ley de bases) al fine di autorizzare l’esecutivo alla pubblicazione del nuovo codice di procedura civile. Una modalità di normazione, quella per delega, che avrebbe evidentemente consentito al governo di evitare le prevedibili complicazioni legate alla discussione e all’approvazione del codice nelle neocostituite Cortes Constituyentes.

Nella sua versione originaria, il progetto di legge-delega predisposto dalla Commissione Cortina fissa in soli sette generici punti (o bases) quelli che avrebbero dovuto rappresentare i limiti dell’attività normativa delegata al governo 58. Per come concepito, l’intero progetto di riforma riflette un orientamento culturale schiettamente conservatore, al punto da risultare quasi contraddittorio il nesso fra le ragioni di urgenza della riforma e le linee di intervento a riguardo prospettate.

Come esplicitato nella relazione illustrativa a firma del nuovo guardasigilli, Aguirre de la Peña, l’assoluta necessità della riforma sarebbe da ricondurre al pessimo stato della legislazione processuale in vigore. Una valutazione, quella del ministro, che non appare in effetti inappropriata per un sistema di leggi stratificatosi attraverso sei secoli di produzione normativa incontrollata, disorganica e spesso incoerente, sul quale si trova a incidere anche una straordinaria varietà di prassi e di consuetudini locali 59.

Tuttavia, a simili considerazioni non consegue l’adozione di un serio e radicale approccio riformatore. In rigorosa continuità con la filosofia di intervento alla base delle precedenti riforme, l’approccio seguito dal governo Espartero si fonda piuttosto sulla convinzione che non occorra stravolgere l’esistente assetto giuridico per risolvere i problemi endemici della giustizia civile. In una visione quasi dogmatica, l’unica soluzione percepita come efficiente consiste nel perfezionare il portato della secolare tradizione giuridica ereditata dal diritto comune, con una solo secondaria attenzione all’eventualità che una riforma così congegnata possa non corrispondere alle esigenze di una realtà ormai profondamente mutata. Per utilizzare le parole della relazione illustrativa, la formazione del nuovo codice «no ha da ser la destrucción de los fundamentos venerables sobre que descansa la obra secular de nuestras instituciones procesales; […] por el contrario, debe ser dar nueva fuerza á los principios cardinales de las antiguas leyes». Un’opera, in altri termini, che «más que la destrucción de lo antiguo, será la de su reparación» 60.

Del resto, sarebbe forse avventato descrivere in termini di assoluta singolarità l’impostazione ideologica e culturale caratterizzante la preparazione del codice di procedura civile spagnolo. Nel pur vario panorama europeo del secolo xix, la codificazione delle regole del processo civile in genere non si traduce in un totale rinnovamento della preesistente legislazione. Al contrario, in alcuni dei principali ordinamenti europei, come la Francia e l’Italia, l’evento della codificazione processuale può essere interpretato come un momento di vertice della precedente evoluzione giuridica; o, in altre parole, come l’esito di un percorso storico che riassume e conserva i tratti essenziali della legislazione antecedente, senza davvero segnare una linea di netta demarcazione fra “vecchio” e “nuovo” 61.

Sul piano ideologico, occorre d’altronde considerare che i principi-cardine della “modernità” giuridica, affermatisi nel secolo xix in connessione all’idea stessa di codice, non rappresentano un elemento in grado di incidere e di trasformare le caratteristiche fondamentali del processo civile. È infatti noto che, sotto l’egida della filosofia giuridica del liberalismo ottocentesco, ciò che si realizza in gran parte degli ordinamenti europei è una mera ideologizzazione, in chiave privatistica e individualistica, dei modelli processuali ereditati dal diritto comune 62.

Sul piano tecnico, questo fenomeno di connotazione ideologica del processo civile si realizza senza particolari problemi e senza alcuna rottura della continuità storica propria di ciascuna esperienza giuridica. In effetti, malgrado le più o meno estese diversità disciplinari, il tipo di processo configurato dal diritto comune non necessita di essere ripensato in funzione dei valori garantistici ai quali si ispirano i regimi liberali dell’Ottocento. Può, anzi, dirsi che l’attuazione dell’ideologia liberale consista in un semplice perfezionamento dello schema processuale delineato dal diritto comune; o, per meglio dire, in un affinamento tecnico e sistematico di soluzioni che appaiono già perfettamente coerenti con l’ispirazione individualistica e privatistica che contraddistingue la cultura liberale ottocentesca 63.

Tratteggiato per grandi linee questo sintetico quadro di riferimento, ciò che sembra emergere è una generale tendenza dei legislatori del secolo xix alla rilettura della preesistente legislazione in una prospettiva ideologica di pretesa “modernità”. La formazione delle codificazioni non spezza — e, per molti versi, addirittura rinsalda — il collegamento con modelli processuali assai risalenti; la cui caratteristica fondamentale è, appunto, quella di rivelarsi sostanzialmente corrispondenti alla nuova concezione politica dei rapporti fra cittadini e dei correlativi obblighi di garanzia spettanti allo Stato.

In un simile stato di cose, non pare dunque azzardato cogliere una qualche analogia di fondo fra le tendenze conservatrici espresse dalle maggiori codificazioni processuali del secolo xix e la scelta del legislatore spagnolo di indirizzare la preparazione del nuovo codice verso una sorta di restauro dell’antico diritto comune. Tuttavia, come subito meglio si dirà, non può negarsi che tale impostazione ideologico-culturale determini, in Spagna, conseguenze non riscontrabili negli altri ordinamenti europei. E ciò al punto da potersi ritenere che l’approvazione del codice del 1855 non segni affatto l’ingresso della legislazione processuale spagnola nell’epoca della “modernità” giuridica 64.

5. La limitata esperienza della Ley de Enjuciamiento Civil del 1855: un parziale approdo alla modernità processuale

La Ley de Enjuiciamiento Civil viene promulgata il 5 ottobre 1855. Il che rende il Regno di Spagna la seconda grande monarchia europea, dopo quella francese, a vedere raccolta la propria legislazione processuale in un codice in senso moderno.

Sotto il profilo strutturale, la LEC si compone di ben 1415 articoli, suddivisi in due grandi parti, rispettivamente dedicate alla giurisdizione contenziosa (artt. 1-1206, LEC 1855) e a quella volontaria (artt. 1207-1413, LEC 1855), a loro volta ordinate in titoli e sezioni. Due soli articoli compongono, da ultimo, le disposizioni finali del codice, nelle quali è fissato l’ambito di applicazione della LEC ed è sancita l’abrogazione della preesistente legislazione processuale (artt. 1414-1415, LEC 1855).

Nell’insieme, si tratta di un codice indubbiamente prolisso e analitico, specie se confrontato con le altre codificazioni processuali ottocentesche e, in particolare, con il codice francese (che conta comunque ben 1042 articoli). In quanto opera diretta a perseguire, in via primaria, finalità di riordino del diritto previgente, vi si percepisce la tendenza a una distribuzione delle materie ricalcante la sistematica delle compilazioni di diritto comune. Ciò implica, in genere, una frammentaria ripartizione della disciplina inerente a istituti comuni alle varie tipologie di procedimento e la conseguente presenza di molte lacune e antinomie. Soprattutto all’interno del titolo dedicato alle «disposiciones generales», confluiscono norme e istituti di diversa natura, senza un ordine sistematico ben preciso, e senza suddivisioni e rubriche in grado quanto meno di agevolare la consultazione delle regole in esso contenute 65.

Occorre, comunque, segnalare che la tendenza del legislatore al recepimento e all’elencazione del materiale normativo pregresso non esclude esempi di rielaborazione critica, chiaramente improntati al perfezionamento della disciplina di istituti generali del processo.

È questo il caso, ad esempio, delle disposizioni relative ai termini processuali (artt. 25-32, LEC 1855), nelle quali si coglie il tentativo di ricondurre la libertà delle parti nella gestione dei tempi della controversia a un sistema di regole meglio definito rispetto al passato. Il tutto, peraltro, senza incorrere negli estremi della sostanziale assenza di controllo e della previsione di incisive limitazioni, caratterizzanti rispettivamente l’assetto originario del processo di diritto comune e le riforme sino ad allora compiute. Sulla medesima linea sembra inoltre possibile segnalare il completo riassetto della disciplina in materia di «incidenti», alla quale viene riservato un apposito titolo del codice (T. VIIII, Primera Parte, LEC 1855), con l’evidente intento di delineare uno schema di procedimento uniforme per la decisione dell’eterogenea categoria di questioni processuali sollevabili dalle parti nel corso del giudizio 66.

Nonostante le diverse innovazioni riguardanti gli istituti di applicazione generale, con riferimento alle norme specificamente dedicate al «juicio ordinario» risulta agevole constatare il sostituirsi di un’impostazione nettamente conservatrice alle pur moderate tendenze riformatrici ravvisate in precedenza. Come risulta da quella che può considerarsi la relazione illustrativa al codice, l’approccio della Commissione Cortina in merito alla riforma del rito ordinario si contraddistingue per l’adozione di due semplici e chiare linee di intervento. Per un verso, si considera indispensabile lasciare inalterate la struttura e le caratteristiche del procedimento ordinario così come derivano dal diritto comune, limitando pertanto all’essenziale gli interventi di perfezionamento della normativa antecedente, volti a correggere i difetti evidenziati dalla prassi. Per altro verso, e in stretta connessione con quanto sopra, si ritiene di dover accentuare la connotazione del rito ordinario quale paradigma generale del processo civile; o, in altri termini, quale modello ‘normale’ della tutela giurisdizionale, da applicarsi a tutte le controversie per le quali non siano previste particolari e specifiche regole (art. 221, LEC 1855) 67.

È, in sostanza, in questi due punti-cardine dell’azione legislativa che sembra racchiudersi una concezione del processo civile non dissimile da quella riscontrabile in altre codificazioni europee del secolo xix e in quella italiana, in particolare 68.

Pur senza scendere in un’analisi dettagliata del tema, appare possibile rilevare come in entrambi gli ordinamenti l’evento della codificazione processuale abbia determinato il prevalere di un modello di risoluzione dei conflitti ideologicamente orientato alla conservazione dell’assetto sociale esistente. In effetti, come in parte già anticipato, è anche da ricondurre all’incidenza dell’ideologia liberale ottocentesca il mero recepimento, da parte dei legislatori dell’epoca, di modelli processuali appartenenti alla risalente tradizione del diritto comune. Nella peculiare esperienza del Regno di Spagna, l’avvento della dottrina liberale finisce per rappresentare un ulteriore argomento a favore dell’impostazione conservatrice che storicamente contraddistingue le riforme del processo civile. In questa chiave, appare, quindi, perfettamente coerente con la situazione culturale del tempo, oltre che con la “moderna” ideologia del processo, la scelta del legislatore del 1855 di recepire nel codice quello che può essere definito il prototipo del “processo liberale” per eccellenza. Infatti, fin dai tempi remoti delle Siete Partidas, la disciplina del rito ordinario è concepita in maniera tale da elevare le parti a «señores de los pleytos» (cfr. Prólogo, T. VI, P. III); o, in altre parole, da configurare una “signoria privata” sullo strumento processuale, che consente alle parti di scandire tempi e modalità del procedimento secondo il proprio esclusivo interesse, con il côté di un giudice che «nada puede hacer […], porque su misión en los juicios civiles se reduce a resolver lo que ante se reclama» 69.

A fronte di un archetipo processuale, come quello rappresentato dal “rito ordinario tradizionale”, già di per sé in grado di esprimere significative corrispondenze con l’ispirazione individualistica della società liberale, l’importanza attribuita ai procedimenti sommari/semplificati (o «juicios plenarios rápidos») risulta ovviamente ridotta. E ciò al punto di concepire e disciplinare questi ultimi come marginali eccezioni rispetto al normale modo d’essere del processo civile 70.

Con ogni probabilità, un simile atteggiamento riflette la tendenza dei regimi liberali a marginalizzare l’intervento delle istituzioni giuridiche nella gestione dei conflitti interprivati. È, del resto, noto, a riguardo, il postulato della dottrina liberale classica per il quale lo Stato deve normalmente astenersi da ogni ingerenza nella determinazione dell’assetto sociale e degli interessi economici che nel suo interno si producono. Una linea di pensiero, questa, che, nella prospettiva del processo civile, porta a circoscrivere l’intervento dello Stato a garantire che le controversie giudiziarie possano risolversi nelle stesse condizioni, e attraverso le medesime dinamiche, che descrivono il funzionamento della società civile. Oltre al riconoscimento della libertà e dell’autonomia delle parti, quali valori fondamentali del processo, ciò conduce a conservare una logica di differenziazione delle forme procedimentali incentrata sul mero valore economico della controversia. In particolare, in linea di stretta continuità con il diritto comune, permane l’idea che l’articolazione del procedimento, così come le connesse garanzie di difesa, possano ridursi in proporzione al minor valore economico della lite e in maniera del tutto indipendente dalle condizioni economiche dei soggetti coinvolti nella controversia.

Sembra verosimile che un sistema così configurato derivasse da una rigida applicazione del principio di eguaglianza formale delle parti e dal sostanziale disinteresse del legislatore per le relative ricadute sociali. E pare, d’altronde, intuitivo che tale sistema consentisse alla parte culturalmente ed economicamente più preparata di prevalere sull’altra, secondo la logica individualistica del libero mercato 71.

Non è certo possibile stabilire, con ogni sicurezza, se e in quale misura tutto ciò costituisse il frutto di una precisa scelta di politica legislativa, finalizzata alla conservazione di un assetto sociale particolarista e classista 72. Tuttavia, almeno due aspetti del codice spagnolo del 1855 sembrano rendere attendibile tale ipotesi ricostruttiva 73.

In primo luogo, risulta agevole constatare che il legislatore del 1855 non predispone soluzioni dirette ad arginare il problema dell’utilizzazione distorta dei procedimenti sommari. Specie per le controversie di più esiguo valore economico, in quanto tali soggette all’applicazione del «juicio verbal» e generalmente riconducibili alle grandi masse popolari dell’epoca (artt. 1162-1180, LEC 1855), il riproporsi di una disciplina gravemente incompleta non contrasta il fenomeno del surrettizio recupero, ad opera della classe forense, delle modalità di gestione del procedimento proprie del rito ordinario. Una prassi del tutto sedimentata e ben nota, soprattutto per le sue ripercussioni sui tempi e sui costi della cosiddetta giustizia minore, che non viene osteggiata dal legislatore neppure attraverso la previsione di espliciti divieti o di conseguenze sanzionatorie per le condotte processuali apertamente dilatorie 74.

In secondo luogo, per le controversie di minor valore economico la disciplina dell’assistenza difensiva viene modificata al fine ultimo di privare le classi meno abbienti del patrocinio di un difensore 75. Più in dettaglio, con riguardo alle controversie «de menor cuantía» (artt. 1133-1161, LEC 1855), l’assistenza tecnica di un «letrado» si configura come meramente facoltativa; il che, di fatto, preclude alla parte meno abbiente l’accesso all’istituto della «defensa de pobre» (art. 19.2, LEC 1855). Per le controversie soggette al «juicio verbal», l’assistenza difensiva in quanto tale risulta persino vietata (art. 19.1, LEC 1855) 76. Tuttavia, come sottolineato dai principali commentatori dell’epoca, la parte dotata delle risorse economiche necessarie può comunque avvalersi dell’assistenza di un difensore in veste di procuratore speciale 77.

Risultano pertanto varie le ragioni che consentono di qualificare il codice spagnolo del 1855 come il prodotto di un’evoluzione, politica e giuridica, di tipo fondamentalmente conservatore 78. Occorre infatti considerare che, malgrado la formale abrogazione del diritto antecedente (art. 1415, LEC 1855), nella vigenza del codice, il concreto funzionamento del processo civile resta comunque in parte legato al diritto delle compilazioni; ossia proprio a quelle antiche leggi della tradizione processuale spagnola che il legislatore del 1855 aveva inteso «restablecer en toda su pureza», e che, nella pratica del processo, appaiono naturalmente adatte a integrare e interpretare le lacunose disposizioni del codice. L’ovvia conseguenza è che molti problemi della legislazione precedente si ripresentano nel vigore della normativa codificata, finendo per determinare complicati fenomeni di interazione fra le due discipline 79.

Con rare e limitate eccezioni, dunque, la codificazione del 1855 si distacca dagli istituti e dalle soluzioni tecniche che rappresentano il portato della secolare tradizione processuale spagnola. Quale esempio emblematico del cauto riformismo conservatore di stampo ottocentesco, la LEC fornisce un’interpretazione della “modernità” processuale molto vicino alla semplice razionalizzazione del diritto preesistente, senza generare rilevanti fratture e discontinuità con l’assetto giuridico dell’antiguo régimen. In linea con lo Zeitgeist del tempo, il codice affronta solo marginalmente i problemi di una giustizia civile lunga, costosa e inefficace. Lo stesso tentativo di semplificare e riordinare il materiale normativo pregresso si realizza sulla scorta di una sistematica tanto risalente quanto dispersiva e frammentaria. Il che, non di rado, conduce la prassi dell’epoca a preferire le più analitiche norme del diritto delle compilazioni, non puntualmente riprodotte nel codice.

In conclusione, l’insieme di tali circostanze probabilmente non consente di individuare nell’emanazione della Ley de Enjuiciamiento Civil del 1855 un vero e proprio punto di passaggio tra fasi storiche della legislazione processuale spagnola. D’altronde, dovranno ancora trascorrere quasi trent’anni prima che la situazione della giustizia civile spagnola possa assestarsi entro un’opera di codificazione autenticamente “moderna”, destinata a rimanere in vigore sino all’emanazione della Ley de Enjuiciamiento Civil del 2000 80.

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  1. * Dottore di ricerca. filippo.noceto@edu.unige.it https://orcid.org/0000-0003-2980-9674. Il presente contributo costituisce una sintetica rielaborazione di alcune riflessioni, diffusamente sviluppate in Noceto (2024), concernenti l’evoluzione della disciplina della preparazione della causa, in Italia e in Spagna, nel periodo ricompreso fra le genesi delle codificazioni liberali ottocentesche e la presentazione dei progetti di riforma che preludono alla formazione dei codici vigenti (a intendere, rispettivamente, il c.p.c. del 1940 e la Ley de Enjuiciamiento Civil del 2000).

  2. 1 Nell’ambito del diritto sostanziale, le “codificazioni moderne” vengono comunemente collocate tra la fine del xviii secolo e gli inizi del xix secolo. E ciò, come noto, in virtù della genesi storica dei grandi modelli europei (dal prussiano al francese sino all’austriaco) che finiscono, in varia misura, per influenzare il percorso della codificazione negli altri ordinamenti continentali nel corso dell’Ottocento. Si v., ad es., Tarello (1976); Cavanna (1982), pp. 258 ss.; Birocchi (2002); Ferrante (2011). In ambito processuale, la qualificazione di “codificazioni moderne” tende, invece, a riferirsi anche ai codici emanati nella prima metà del secolo xx. Nell’accezione processuale di tale esteso e variegato fenomeno, si v., in particolare, Dondi (2019), p. 667 ss.; Dondi (2020), p. 21 ss., nonché, per diffusi riferimenti all’elaborazione statunitense, Dondi (2011), p. 3 ss. Per un’analoga prospettiva riguardo l’evoluzione della disciplina processuale italiana fra ’800 e ’900, si v., spec., Ansanelli (2017). Per uno sguardo d’insieme su tali vicende, si v., ad es., Engelmann (1928); van Caenegem (1973), pp. 1 ss., 54 ss.; Cappelletti (1989); van Rhee (2005). Sulla modernità giuridica nel secolo xix, si v., ad es., anche per la diversità del contesto di riferimento, Toharia (1974); Bernecker (1999); Vogliotti (2007); Guerra (2012).

  3. 2 Oltre alle indicazioni che seguiranno in nota, si v., ad es., Antequera (1886), p. 5 ss., Picardi (1987), Taruffo (1980), p. 7 ss., Masferrer (2014), spec. p. 21 ss., nonché, per ulteriori rimandi bibliografici, Noceto (2024), p. 5 ss.

  4. 3 Per alcuni approfondimenti e relativi riferimenti bibliografici, si v., ancora, Noceto (2024), pp. 10-34.

  5. 4 Con riguardo alle Siete Partidas, si v., ad es., Martínez Marina (1808), p. 321 ss.; Sempere y Guarinos (1823), pp. 28, 85. In merito alla Novísima Recopilación, si v., invece, de Vicente y Caravantes (1856), vol. I, p. 90; Gómez de la Serna (1860), pp. 465-469; Gómez de la Serna (1868), pp. 244-245 e, meno critico, Ortiz de Zúñiga (1856), p. X.

  6. 5 Cfr. Sempere y Guarinos (1823), p. 28.

  7. 6 Cfr. de Vicente y Caravantes (1856), vol. I, p. 90 e v., analogamente, Antequera (1874), pp. 441-422; Marichalar, Manrique (1876), pp. 533-538; Falcón (1880), pp. 593-603; Danvila y Collado (1885-1886), pp. 310-318. Per uno sguardo esterno, si v., ad es., von Rauchhaupt (1923), pp. 196-206; Vance (1937), pp. 124-127.

  8. 7 Si v., anche per ulteriore bibliografia, Fairén Guillén (1969), pp. 26 ss., spec. 58-59, nonché infra par. 2.

  9. 8 Si v., ad es., Acedo Rico y Rodríguez (1794), p. 22 ss.; De Aliaga Bayot y Sálasguasquí (1805), p. 9 ss.; Martínez Salazar (1828), p. 107 ss., De Tapia (1837), p. 149 ss.; Acedo Rico y Rodríguez (1845), p. 11 ss., nonché Pérez Martín, Scholz (1978).

  10. 9 Come risulta dall’ampia e diversificata letteratura esistente in argomento, il dibattito sull’influenza esplicata dal Code civil sul processo di codificazione del diritto privato spagnolo incrocia temi di grande interesse storico-culturale, oltre che prettamente tecnico-giuridico. Un dibattito che, specie dall’inizio del secolo xxi, sembra indirizzarsi verso una sostanziale riconsiderazione delle opinioni affermatesi nella dottrina spagnola a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. In tale prospettiva, v., ex multis, Petit (2008), p. 1773 ss.; Petit (2019); Petit (2023), pp. 165-230; Masferrer (2011), p. 419 ss.; Baró Pazos (2014), p. 53 ss.; e, per un quadro d’insieme sullo stato delle precedenti ricostruzioni dottrinali, v., ad es., Baró Pazos (1993), p. 25 ss. Per quanto qui interessa, dall’analisi dei progetti di codificazione elaborati nella prima metà del secolo xix e dal loro raffronto con il Código civil del 1889 studi recenti ricavano numerosissimi esempi attestanti una progressiva e piuttosto intensa attività di rivisitazione dei contenuti del Code napoleonico da parte della dottrina spagnola del tempo. E ciò, in particolare, nell’ottica sia di uno schietto riadattamento in chiave “tradicionalista” delle soluzioni normative francesi, sia di una comunque attenta valorizzazione del comune retroterra culturale e giuridico di riferimento, rappresentato dal diritto romano (cfr., ancora, J. Baró Pazos (1993), pp. 114-117). Secondo tale impostazione dottrinale, l’incidenza del Code civil sulla codificazione del diritto privato spagnolo andrebbe dunque ricostruita non quale mera imitazione o mimesi del modello francese, ma quale evento di profonda trasformazione dell’approccio metodologico della dottrina e del relativo sguardo alle esigenze di ammodernamento del sistema privatistico-sostanziale (sull’originalità della codificazione spagnola del 1889, si v., del resto, quanto già a suo tempo rilevato da Sumner Lobingier (1907), p. 411 ss.).

  11. 10 A riguardo, le parole probabilmente più celebri ed evocative sono quelle di James Goldschmidt, contenute nel Prólogo dell’edizione in lingua spagnola del suo Zivilprozessrecht (già riedito in Berlino nel 1932): «El proceso español es un recipiente liberal del siglo xix, en el que se ha vaciado el vino antiguo del proceso común de los siglos pasados». Cfr. Goldschmidt (1936), p. X, nonché, ivi, Alcalá-Zamora y Castillo (1936), pp. 66-82. Per ulteriori esempi di condivisione e riproposizione della tesi ricostruttiva riportata nel testo, si v., ex multis, Fairén Guillén (1969), p. 20 ss.; Fairén Guillén (2000), p. 331 ss.; Fairén Guillén (2001), p. XI ss.; Montero Aroca (1976); Montero Aroca (1996), p. 169 ss.; Montero Aroca (2000), p. 583 ss.; Montero Aroca (2010), p. 15 ss.; Fiestas Loza (1985), p. 413 ss.; Álvarez Cora (2002); Álvarez Cora (2012), p. 81 ss.; Ramos Méndez (2006), p. 27 ss.; Pino Abad (2014), p. 429 ss.

  12. 11 Appare piuttosto significativo che due delle maggiori opere sulla storia del diritto spagnolo individuino nella Guerra d’indipendenza del 1808 l’inizio di un esteso processo di riforma dell’ordinamento giuridico tradizionale, salvo poi descriverne in termini parzialmente diversi la generale tendenza di fondo. Nell’opera di García-Gallo (1967), vol. I, p. 111, la «época contemporánea» si qualifica come un periodo storico improntato alla «desnacionalización del Derecho español», intesa quale vera e propria sostituzione del «antiguo ordenamiento jurídico por otro calcado o inspirado en el Derecho extranjero». Per contro, nella ricostruzione di Sánchez (1980), p. 175, il moto riformatore «contemporáneo» segna l’inizio del periodo del «Derecho nacional», a intendere non soltanto l’ormai acquisita percezione dell’«índole nacional de las leyes, dadas ahora para todo el país español», ma anche il consolidarsi di una compiuta visione uniforme del fenomeno legislativo e dei relativi obiettivi politici nazionali. Come si cercherà di segnalare infra nel testo, in ragione del suo carattere davvero peculiare, la situazione relativa alla riforma del processo civile presenta alcuni profili di affinità con entrambe le tesi storico-ricostruttive qui brevemente riassunte, sia pur con due rilevanti precisazioni. La prima è che l’influenza del diritto francese — concordemente riconosciuta da entrambi gli autori in termini generali, ossia come di fatto circoscritta al recepimento della forma-codice (cfr. García-Gallo (1967), vol. I, pp. 114, 447; Sánchez (1980), p. 175) — assume complessivamente una scarsa incidenza sulle riforme e i tentativi di riforma che si rinvengono nel corso del secolo xix; rappresentando, piuttosto, il Code de procédure civile una sorta di modello antagonista, rispetto alle politiche riformatrici che, lungo tutto l’800, risultano invariabilmente ispirate a obiettivi di razionalizzazione e ammodernamento delle fonti tradizionali di diritto comune. La seconda precisazione è data dal fatto che l’elemento “nacionalista” non rappresenta per la riforma del processo civile soltanto una tendenza di fondo o un valore-guida dell’azione legislativa, ma un vero e proprio vincolo da rispettare per la concreta realizzazione di qualunque innovazione o modifica del preesistente assetto giuridico.

  13. 12 Risulta ancora oggi imprescindibile il riferimento alla monumentale opera di Queipo de Llano y Ruiz de Saravia (1835-1837), recentemente riedita con un’interessante presentazione di Varela Suanzes-Carpegna (2008), p. 172 ss. e consultabile anche in lingua italiana, con traduzione di Marenesi (1838).

  14. 13 Nell’ambito di una vastissima letteratura di carattere monografico e saggistico, si v., ad es., de Lizaur y Lacave (1906); Conard (1909), p. 21 ss.; Sanz Cid (1922), p. 65 ss. e, con specifico riguardo alla Costituzione di Cadice, anche per ampi rimandi bibliografici, Aymes (2003), p. 45 ss.; Perona Tomas (2011), p. 367 ss.

  15. 14 Su tali profili, v., con riferimento alla Costituzione di Baiona, Artola (1973), p. 18 ss.; Fernández Segado (1986), p. 63 ss. e, con riguardo alla Costituzione di Cadice, Sánchez Agesta (1955), p. 97 ss.; Ferrando Badía (1962), p. 169 ss.; nonché, con alcune precisazioni relative all’influenza del modello inglese, Varela Suanzes-Carpegna (1995), p. 245 ss.

  16. 15 Oltre alle indicazioni che verranno fornite nel prosieguo, si v., ex multis, Morodo (1994), pp. 36-43, 75-76 e, quale riferimento di carattere generale, nell’ampia letteratura del secolo xix, v., ad es., Lafuente (1889), pp. pp. 312-329. Sul ruolo culturale e politico dei cosiddetti afrancesados nel corso dell’800, v., ad es., Méndez Bejarano (1912), pp. 167-201, 323-353; Artola (1953); e, nel contesto di una notevolissima produzione dell’autore in argomento, v., spec., López Tabar (2001), pp. 23-102.

  17. 16 Per un riferimento di massima al processo costituzionale di Cadice, si v. il celebre lavoro monografico di Tomás y Valiente (1995), p. 13 ss., consultabile anche in lingua italiana con un’autobiografia dell’autore e prefazione di Romano (2003).

  18. 17 Sulla congiuntura fra l’imposizione manu militari del modello costituzionale francese, realizzatasi con la promulgazione della Costituzione di Baiona del 1808, e la sostanziale riproposizione dei principi a esso riconducibili nella Costituzione di Cadice del 1812 ad opera della componente liberale delle Cortes, si v., ex multis, Alcalá Galiano (1995), pp. 440-445; Nieto (1996), pp. 64-65; Fernández Sarasola (2005), p. 1 ss. Sulla conseguente opposizione manifestata dalla popolazione e dal clero, v., ad es., Artola (1957), pp. V-XLIV, XLI; Álvarez Junco (2012), p. 144.

  19. 18 Si v., amplius, Sánchez Agesta (1955), pp. 45-101, spec. 59-60.

  20. 19 Per alcuni riferimenti di base su tale contrapposizione ideologica, v., ad es., de Marliani (1840), pp. 43-62, spec. 47-48 e, anche per ampi rimandi bibliografici, Salcedo y Ruiz (1914), pp. 530-536, 544-557. Sull’intransigente posizione antifrancese della componente più reazionaria delle Corti di Cadice, v., anche per l’agevole consultazione di numerosissimi documenti, sia precedenti sia contestuali al dibattito parlamentare, García-Gallo (1967), vol. I, pp. 861-862 e García-Gallo (1967), vol. II, pp. 1021-1025, 1034-1037, 1043-1045.

  21. 20 Ci si intende riferire, in particolare, alla pervasiva incidenza, nella politica liberale di Cadice, della corrente ideologica dell’historicismo nacionalista. Cfr., infatti, Varela Suanzes-Carpegna (1987), p. 32: «en España el liberalismo pretendió conjugar la defensa de la libertad con el nacionalismo, las doctrinas revolucionarias con la apelación á la tradición histórica nacional. Una pretensión que en gran parte era fruto de esa doble y contradictoria tarea […]: la de defender a España frente a la invasión francesa y a las ideas francesas frente a buena parte de España».

  22. 21 Cfr., ancora, J. Varela Suanzes-Carpegna (1987), pp. 38-39: «Los liberales doceañistas, en efecto, pretendían extraer de los códigos medievales españoles los principios y las instituciones básicas del moderno constitucionalismo. […] Para ellos, la Constitución de Cádiz no era sino la restauración de las leyes fundamentales de la Edad Media». Una circostanza, questa, che risulta confermata dall’incipit dello stesso Discurso preliminar á la Constitución de 1812, pronunciato dal “Divino” Agustín de Argüelles: «Nada ofrece a la Comisión en su proyecto que no se halle consignado del modo más auténtico y solemne en lo diferentes cuerpos de la legislación española» (discorso di recente riedito in forma integrale: de Argüelles (2011), p. 67). Più generale, un esempio emblematico dell’utilizzo della storia spagnola con chiare finalità di legittimazione politica può rivenirsi in Martinez Marina (1813), ove il celebre storico del diritto ambisce a costruire una continuità tra l’antiguo régimen e l’Estado liberal, attraverso una dettagliata disamina delle più risalenti istituzioni politiche succedutesi nella penisola iberica. Del resto, che si tratti di un’opera-manifesto dell’historicismo nacionalista, in sé espressiva delle sue inevitabili forzature e contraddizioni, è circostanza ampiamente rilevata, tra i tanti, da Sempere y Guarinos (1810), spec. pp. 104-105 e da de Vélez (1825), vol. II, p. 173 ss. Per una recisa critica dell’approccio politico seguito dai liberales sulla scia dell’historicismo nacionalista, v., spec., Vilar, Hidalgos, (1982), pp. 217, 226.

  23. 22 Già nella fondamentale opera di Queipo de Llano y Ruiz de Saravia (1835-1837), l’esperienza costituzionale di Cadice appare infatti «destinada á pasar, como decía un antiguo de la vida, á manera de un sueño de sombra». Cfr. Varela Suanzes-Carpegna (2008), p. 1083. Per un unico riferimento a riguardo, v., ad es., Vicens Vives (1959), p. 342.

  24. 23 Si v., anche per i necessari riferimenti bibliografici, Noceto (2024), p. 135 ss.

  25. 24 Cfr. Suanzes-Carpegna (1987), p. 41: «El remitirse a historia nacional y el exhumar los viejos documentos y códigos para probar tal o cual interpretación del pasado, se convirtió en un manido expediente tanto para justificar las reformas como para evitarlas».

  26. 25 È questa, del resto, la declinazione dell’historicismo nacionalista che si rinviene nella componente realista/conservatrice delle Corti di Cadice. Cfr., ancora, Suanzes-Carpegna (1987), p. 41, ove può leggersi: «El significado y alcance del historicismo nacionalista, común a realistas y liberales, cobraba unos perfiles bien distintos en uno y otro caso. […] Los primeros identificaban la historia con la tradición. [...] Y a esta tradición le asignaban una misión no sólo condicionante, sino normativa».

  27. 26 Sul proposito di Napoleone di estendere anche alla Spagna occupata l’applicazione dei codici francesi (e, in particolare, del Code civil), v., ad es., Conard (1909), pp. 116-117, ove si rinviene il richiamo all’art. 53 del primo progetto della Costituzione di Baiona, prevedente l’applicazione del Code Napoléon come «la loi civile du royaume» (norma poi stralciata dal testo definitivo del 1808). Sul riproporsi di tale aspirazione in Giuseppe Bonaparte a seguito della tardiva annessione all’Impero francese della Catalogna, v., ad es., del Pozo Carrascosa (1992), p. 189 ss. e, ivi, il cenno all’art. 5 del Decreto imperial del 2 febbraio 1812, con il quale, congiuntamente alla nomina a Intendentes de la Cataluña del Barón de Gerando e del Conde de Chauvelin, si ordina la predisposizione di «toutes les mesures préparatoires pour la publication du Code Napoléon, du Code de procédure civile et criminelle, du Code pénal et du Code de Commerce». Sulle vicende qui sinteticamente ricordate, v., amplius, Petit (2008), pp. 1773, spec. 1787-1802.

  28. 27 Su tale aspetto, v., spec., Cachón Cadenas (2019), pp. 55-80.

  29. 28 Cfr. art. 1219.1 del Código de Comercio del 1829: «En cuanto al órden de instrucción y sustanciación en todos los procedimientos é instancias que tienen lugar en las causas de comercio, se estará á lo que prescriba el Código de enjuiciamiento, rigiendo entre tanto una ley provisional que promulgaré sobra esta materia». Il testo di tale disposizione può leggersi a pp. 520-521 Código de Comercio, decretado, sancionado y promulgado en 30 de Mayo de 1829. Edición Oficial (1829). Madrid: Librería de Rosa. Per alcune considerazioni sulle principali innovazioni introdotte dalla cosiddetta Ley de Enjuiciamiento Mercantil con riguardo alla disciplina della preparazione della causa, si v., anche per ulteriore bibliografia, Noceto (2024), p. 47 ss.

  30. 29 Sul ruolo di Pedro Sainz de Andino nella codificazione del diritto commerciale sostanziale e processuale, v., ad es., Rubio García-Mina (1950), p. 25 ss.; García Madaría (1982); Toscano de Puelles (1987); García Giménez (2003); Aranguren (2005), spec. p. 107 ss.

  31. 30 L’assoluta peculiarità del contesto politico e culturale nel quale si elaborano le riforme riguardanti l’amministrazione della giustizia civile spagnola trova un’ulteriore conferma sia nella derivazione sostanzialmente francese del Código de Comercio del 1829 sia nelle significative differenze riscontrabili tra questo codice e la Ley de Enjuiciamiento sobre los negocios y causas de comercio. Cfr., in proposito, Foucher (1838), pp. XVIII, XX-XXI: «Le nouveau Code de commerce espagnole peut donc être considéré comme un commentaire légal de la loi française. […] Mais si le Code de commerce est un véritable modèle législatif, malgré quelques imperfections qui se découvrent de loin en loin, il n’en est pas ainsi de la Loi de procédure. Cette partie de la nouvelle législation espagnole nous a même paru tellement défectueuse, mise en rapport avec son objet et son but, que nous aurions hésité à la traduire». Sulla marcata influenza esplicata dal Code de Commerce del 1807 sull’elaborazione del primo codice commerciale spagnolo, v., de Saint-Joseph (1844), p. 55 ss. (ove può leggersi una tavola sinottica di raffronto fra il codice di commercio francese e i principali codici commerciali europei della prima metà del secolo xix); Gómez de la Serna (1863), pp. 17-22; Tomás y Valiente (1981), p. 510; Sánchez-Arcilla Bernal (1994), p. 518; Lasso Gaite (1998), 6., p. 56 ss. e, più di recente, Petit (2016), p. 357 ss.; Perona Tomás (2014), pp. 361-395; Perona Tomás (2015), p. 17 ss.

  32. 31 Cfr., Cachón Cadenas (2019), pp. 69-80. Sull’abilità politica di Sainz de Andino nell’adombrare il proprio retroterra culturale afrancesado, v., spec., J. López Tabar (2001), pp. 340-346. Sempre con riferimento al termine «enjuiciamiento», si v., nella medesima chiave storico-ricostruttiva proposta nel testo, Beceña González (1927), pp. 3-4, ove può leggersi: «questa denominazione ha un grande valore rappresentativo e scopre una delle peculiarità della nostra legislazione processuale civile, la quale non è un sistema, ma una compilazione di disposizioni precedenti in materia […]. La nostra legislazione processuale civile rappresenta una zona totalmente sottratta all’influenza francese, tanto estesa in Europa in materia processuale e predominante nelle altre sfere della nostra organizzazione politica e amministrativa». In senso analogo, si v., altresì, Montero Aroca (1997), pp. 172-173.

  33. 32 Il titolo del presente paragrafo contiene un evidente richiamo al noto saggio di Liebman (1974), p. 100 ss.

  34. 33 In tale prospettiva, si v., spec., Alcalá-Zamora Castillo (1936), p. 70; Alcalá-Zamora Castillo (1948), pp. 87-88; Fairén Guillén (1969), p. 93; Fairén Guillén (2007), p. 106. Ancor prima, sempre in una prospettiva dominata dalla ricerca di parallelismi fra la riforma spagnola del 1853 e i principi comunemente ricondotti alla dottrina pubblicistica di matrice germanica, si v., spec., Prieto-Castro (1953), pp. 114-133, spec. 119-120; de Pina Milán (1953), pp. 187-188.

  35. 34 Come subito si dirà, risulta piuttosto probabile che l’elaborazione della Instrucción si deva all’allora ministro guardasigilli, José de Castro y Orozco. Senza scendere in un’analisi di carattere biografico, pare interessante segnalare come nel cursus honorum del guardasigilli figurino sia l’esercizio della professione forense, nel collegio della città di Granada, sia lo svolgimento di funzioni requirenti e giudicanti presso il foro granadino e sivigliano. Si v., amplius, Alonso Furelos (2015), pp. 75-85. Una circostanza, questa, valorizzata dallo stesso ministro nella relazione illustrativa che accompagna la Instrucción: «Hombre de ley el Consejero que subscribe, respeta como el que más los fueros del Parlamento; más en su larga carrera de magistrado y jurisperito ha tocado muy de cerca los achaques habituales de nuestra administración de justicia; ha oído los incesantes clamores de las víctimas, y tiene la íntima persuasión de que grava su conciencia de hombre público si, pudiendo, dilata por un solo día el aplicar al mal algún remedio». Cfr. p. 8 della Esposición á S.M., Real Decreto è Instrucción del procedimiento civil, con respecto á la real jurisdicción ordinaria de 30 de setiembre de 1853 (1855). Madrid: Imp. Ministerio de Gracia y Justicia.

  36. 35 Come anticipato, la paternità della Instrucción del procedimiento civil non sembra poter essere ricondotta, con assoluta certezza storica, al ministro guardasigilli José de Castro y Orozco. Si v., spec., Prieto-Castro (1953), p.115; Fairén Guillén (1969), p. 90; Fairén Guillén (2007), p. 103. Tuttavia, sembrano diversi gli elementi in grado di avvalorare tale ricostruzione. Si v., infatti, Cachón Cadenas (2013), p. 63 ss. Oltre al passaggio della relazione illustrativa precedentemente richiamato in nota, nel quale indubbiamente traspare la connotazione personale dell’opera, va considerato che l’approvazione della Instrucción avviene a distanza di soli dieci giorni dalla nomina di de Castro y Orozco a ministro di grazia e giustizia (Alonso Furelos (2015), p. 94). E ciò senza alcun preventivo coinvolgimento della Commissione specificamente costituita, nel 1846, con l’obbiettivo di elaborare un testo di c.p.c. (v., spec., Lasso Gaite (1998), 2., pp. 44-45. Non secondariamente, la piena riconducibilità della riforma all’opera personale del guardasigilli costituisce uno dei principali aspetti sui quali si incentrano le critiche provenienti dal partito di opposizione e dalla stessa classe forense (v. infra).

  37. 36 La Instrucción del procedimiento civil, approvata con Real Decreto del 30 settembre 1853, è pubblicata nella Gaceta de Madrid, n. 277, martes 4 de octubre de 1846. Pertanto, come anche ribadito dall’art. 105 della stessa Instrucción, la riforma «se observará en todas sus partes en cuantos negocios se principien después de su publicación». Su tale aspetto, si v., ad es., Prieto-Castro (1953), p. 115; Fairén Guillén (1969), pp. 91-92; Fairén Guillén (2007), pp. 103-104; e, più di recente, Alonso Furelos (2015), pp. 94, 97-98.

  38. 37 Per limitarsi a un esempio, nell’edizione del 5 ottobre 1853, il periodico del partito liberale, El Clamor Público, dedica alla Instrucción le seguenti parole: «Apenas hemos tenido el tiempo necesario para leer el decreto que ocupó casi por completo la Gaceta de ayer […]. Por hoy solo manifestamos que nos causa una profunda y dolorosa sorpresa que se resuelvan por decretos y al siguiente día de tomar un ministro posesión del mando las cuestiones más arduas tocante á la administración de justicia […]. Un decreto como el de ayer únicamente se espide allí donde la autoridad parlamentaria se halla anulada y olvidados los preceptos constitucionales. Ni bajo el absolutismo antiguo se diera ejemplo de semejante desenfado en un ministro de la Corona, que sin oír ni consultar á nadie, por sus propias inspiraciones trastorna de una plumada todas las bases de la administración de justicia» (cfr. El Clamor Público, núm. 2829, miércoles de 5 de octubre de 1853; e v., amplius, El Clamor Público, núm. 2830, jueves de 6 de octubre de 1853).

  39. 38 Nell’ambiente accademico e forense dell’epoca i giudizi positivi sulla Instrucción risultano piuttosto rari. Un primo esempio può essere rinvenuto nell’edizione del 16 ottobre 1853 del periodico El Faro nacional. In particolare, a tentare una pur moderata difesa degli obbiettivi della riforma è il giurista, di inclinazione politica conservatrice, Francisco Pareja de Alarcón; la cui opinione sulla Instrucción è sintetizzata con la citazione di un noto passaggio dell’Ars Poetica di Quinto Orazio Flacco: «Verum ubi plura nitent in carmine, non ego paucis, Offendar maculis, quas haud incuria fudit, Aut humana parum cavit natura». Cfr. Pareja de Alarcón (1853), n. 236, p. 435 e v., altresì, Pareja de Alarcón (1853), n. 245, pp. 585-589. Nell’edizione del 23 ottobre 1853, segue una più esplicita presa di posizione, a favore della riforma, del celebre storico del diritto José María Antequera: «Creemos hoy firmemente, que la reforma de 30 de setiembre, á mas de la justa popularidad que lleva consigo para el público, á quien la institución judicial presta sus buenos servicios, debe ser igualmente grata y aceptable para las clases que trabajan en ella. […] Seria hacer un agravio á la rectitud de nuestros magistrados y jueces, suponer que pudiesen ser hostiles á lo que su ilustración les enseña como bueno […]. La magistratura española no puede por lo mismo ser hostil á una reforma que de antemano tenía preparada en ella una favorable acogida». Cfr. Antequera (1853), n. 238, p. 478 e, ivi, pp. 479-480, la pubblicazione di una lettera anonima, indirizzata alla redazione del periodico, contenente analoghi giudizi sulla riforma.

  40. 39 Cfr. Esposición á S.M., Real Decreto è Instrucción del procedimiento civil, con respecto á la real jurisdicción ordinaria de 30 de setiembre de 1853 (1855), cit., pp. 5-6. Per ulteriori approfondimenti sulla conseguente reazione della Junta de Gobierno del Colegio de Abogados de Madrid, sia ancora consentito il rinvio a Noceto (2024), pp. 143-145.

  41. 40 Il riferimento è, in particolare, a Manuel Cortina, decano del Colegio de Abogados de Madrid (v. Barbadillo Delgado (1960), pp. 60, 65, 151, 163-164, 194, 226-228) e a Pedro Gómez de la Serna, deputato della Junta de Gobierno del collegio forense madrileno e, in seguito, principale autore della LEC del 1855 (Montalbán (1875), pp. 55 ss., spec. 66).

  42. 41 Cfr. Real Orden de 19 de diciembre de 1853, in Gaceta de Madrid, n. 355, miércoles 21 de diciembre de 1853. Per alcune notizie e commenti sull’iniziativa intrapresa dal guardasigilli, si v. Antequera (1853), n. 255, pp. 747-748.

  43. 42 Cfr. Observaciones sobre la instrucción del procedimiento civil de 30 de setiembre de 1853(1854). Revista general de legislación y jurisprudencia, 2(3), 13-92, approvate all’unanimità dalla Junta de Gobierno del Colegio de Abogados de Madrid il 24 dicembre 1853 (ivi, anche un’interessante nota dei direttori della rivista, I. Miquel y Rubert e J. Reus y García). A riguardo, si v., ancora, Prieto-Castro (1953), pp. 127-129; Fairén Guillén (1969), pp. 94-96; Fairén Guillén (1969), pp. 108-109.

  44. 43 Cfr. Observaciones sobre la instrucción del procedimiento civil (1854), pp. 13-24.

  45. 44 Nell’ambito di una letteratura davvero estesa, si v., ad es., Chiovenda (1933), p. 103 ss.; Tarello (1977), p. 1409 ss.; e, più di recente, van Rhee (2005), pp. 5-11; nonché, anche per ampi rimandi alla dottrina di matrice germanica, Carratta (2017), pp. 91-95.

  46. 45 Oltre al testo fondamentale di Wach (1896), spec. pp. 2, 51-53, si v., ad es., Chiovenda (1930), pp. 353-378, spec. 368-378; e, per l’interessante diversità di prospettiva, Satta (1968), pp. 44-61, spec. 44-50. Nella letteratura più recente, v., in particolare, Taruffo (1980), pp. 142-149; Ansanelli (2017), p. 95 ss., nonché, per ulteriori rimandi bibliografici, Noceto (2024), pp. 178 ss., 317 ss.

  47. 46 Cfr. Observaciones sobre la instrucción del procedimiento civil (1854), pp. 15-16.

  48. 47 Cfr., ancora, Observaciones sobre la instrucción del procedimiento civil (1854), pp. 21-22, 90: «Siendo el objeto de los procedimientos dar garantía y hacer efectivos los derechos individuales que la ley consagra, poco dudoso es que su principio cardinal consiste en la seguridad de que sea respetado en su disfrute el que legalmente los obtiene ó de que los obtenga el que indebidamente se halla privado de ellos: la seguridad del juicio, el triunfo completo de la ley es, pues, el principio generador del procedimiento civil. […] Mas dificultades presenta aun al legislador el combinar la brevedad del juicio con el principio cardinal de la seguridad. […] Y acerca del modo de llevar á término feliz esta combinación, la ciencia no dá, no puede dar reglas precisas: el estado de civilización de cada pueblo, el carácter de sus naturales, su moralidad, sus costumbres, los hábitos y prácticas que han prevalecido en el foro, deben pesar más en el ánimo del legislador que teorías inflexibles que frecuentemente separan del buen sendero y que le hacen incurrir en desaciertos lamentables. […] Cree haber demostrado los defectos capitales de que adolece el novísimo sistema de actuaciones civiles en los tribunales del fuero ordinario, cuán diferente es del que nuestras leyes seculares habían consagrados, y que había sido respectado en su esencia por veinte generaciones, y cuán perniciosas son las consecuencias de una innovación, que echa frecuentemente por tierra los principios reconocidos universalmente como bases de todo buen Código de procedimientos, que está en pugna con nuestra tradiciones, y que no consulta cual corresponde á la buena administración de justicia. Por esto la derogación de la Instrucción de 30 de setiembre, ó su reforma radical al menos, es una necesidad apremiante». Più in generale, per il rilievo della “non-modernità” dell’ideologia liberale del processo civile, si v. Satta (1960), p. 280; Damaška (1986), pp. 97 ss., 181 ss.; Dauchy (2006), pp. 77-89; Taruffo (1980), pp. 142-149; Taruffo (2012), pp. 97-107; Chizzini (2023), pp. 10-13, spec. 11-12.

  49. 48 Cfr. Lasso Gaite (1998), 2., p. 52 ss.

  50. 49 Cfr. Real Orden de 19 de diciembre de 1853, in Gaceta de Madrid, n. 355, miércoles 21 de diciembre de 1853. A riguardo, si v., altresì, Antequera (1853), n. 255, pp. 747-748.

  51. 50 Cfr. Tormo Camallonga (2011), pp. 887-890.

  52. 51 Si v., ad es., Calderón Collantes (1855), pp. 153-156, ove, a conclusione di una critica lapidaria delle innovazioni prefigurate nella Instrucción del procedimiento civil, può leggersi: «Porque las naciones, señores, no son como una tabla en que se borra la primera pintura y se sustituye con otra, sin más que la voluntad del artista. Tienen historia, tradiciones, costumbres, y ningún reformador prudente debe prescindir de ellas al introducir las novedades que el curso de los tiempos y la marcha progresiva de la civilización hacen necesarias. No olvidarán la máxima de la sabiduría romana consignada en el Digesto de que “la innovación de lo antiguo solo se justifica por la evidente utilidad de lo nuevo”».

  53. 52 L’abrogazione della Instrucción del procedimiento civil viene disposta con Real Orden del 18 agosto 1854. Ed è lo stesso ministro di grazia e giustizia del nuovo governo, José Alonso, a dare conto della circostanza che «es muy difícil y peligroso, aun procediendo con el mayor tino y circunspección, alterar el órden de sustanciación establecido por las leyes recompiladas y otra disposiciones posteriores». Cfr. Real Orden de 18 de agosto de 1854, in Gaceta de Madrid, n. 596, domingo 20 de agosto de 1854. A riguardo, si v., altresì, Antequera (1854), n. 41, pp. 373-374; Antequera (1854), pp. 614-615. Peraltro, già nel novembre del 1853, il ministro de Hacienda, Jacinto Félix Domenech, aveva disposto una speciale deroga alla Instrucción «en todos los litigios en que la Hacienda sea parte actora, demandada ó coadyuvante». Cfr. Real Orden de 29 de noviembre de 1853, pubblicato nelle Observaciones sobre la instrucción del procedimiento civil (1854), pp. 90-91.

  54. 53 Si tratta della Commissione di riforma istituita dallo stesso guardasigilli, José de Castro y Orozco, con Real Orden de 14 de enero de 1854, in Gaceta de Madrid, n. 380, domingo 15 de enero de 1854.

  55. 54 Cfr., anche per ulteriori riferimenti bibliografici, Noceto (2024), p. 165 ss.

  56. 55 La Comisión sobre Organización de Tribunales viene istituita dal guardasigilli de Conejares, con Real Orden dell’11 settembre 1854, e vede la partecipazione di Pedro Gómez de la Serna, quale presidente, di Luis Rodríguez Camaleño e di Juan Manuel González Acevedo. Per ulteriori notizie e riferimenti, si v., spec., Lasso Gaite (1998), 1., p. 72 e Lasso Gaite (1998), 2., p. 58.

  57. 56 La nomina di Manuel Cortina alla presidenza della Comisión sobre Organización de Tribunales è disposta con Real Orden dell’8 ottobre 1854. Sul punto, cfr., nuovamente, Lasso Gaite (1998), 1., p. 75 e Lasso Gaite (1998), 2., p. 58.

  58. 57 Cfr. Gómez de la Serna (1871), pp. 299-300; Montalbán (1875), p. 68; Antequera (1886), p 75.

  59. 58 Per ulteriori notizie, si v., amplius, Lasso Gaite (1998), 2., p. 59 ss.

  60. 59 Cfr. Diario de sesiones de las Córtes Constituyentes, apéndice segundo al núm. 73, Sesión del jueves 1° de febrero de 1855, p. 1811, ove può leggersi: «La revisión de las leyes que ordenan los procedimientos de los juicios civiles es una necesidad generalmente reconocida. Formadas en diferentes épocas, y esparcidas en los Códigos y colecciones legales de los seis últimos siglos, carecen de unidad, de precisión y de claridad […]. Oscurecidas frecuentemente por vicios de la práctica; derogadas en partes por costumbres que han llegado á tener fuerza de ley; suplidas por las doctrinas de los tratadistas, y completadas por los usos del foro, inciertos y discordantes á las veces, presentan dificultades graves para su estudio, para su apreciación actual y para su aplicación».

  61. 60 Cfr. Diario de sesiones de las Córtes Constituyentes, apéndice segundo al núm. 73, Sesión del jueves 1° de febrero de 1855, p. 1811.

  62. 61 Sul punto, fra i molti possibili riferimenti, si v., ad es., Engelmann (1928), pp. 750-753, 795-803, spec. 802-803; van Rhee (2005), pp. 3-23; Wijffels (2005), pp. 25-47; Dauchy (2006), pp. 77-89; Godin (2007), pp. 9-31; Fréger (2011), pp. 197-240; e, nella dottrina italiana, Chiovenda (1965), pp. 9-14; Cao (1912), pp. 5-7; Taruffo (1980), pp. 62-69, 113 ss.; Picardi (1996), p. VI ss.; Petronio (2000), p. VII ss.

  63. 62 Oltre alle indicazioni già fornite nelle note precedenti, si v., ad es., Fazzalari (1965), pp. 491-515.

  64. 63 Per alcuni riferimenti di base sull’attuazione tecnico-normativa dell’ideologia liberale del processo, si v., ad es., Wach (1896), spec. pp. 2, 51-53; Chiarloni (1998), p. 406 ss.; Proto Pisani (1999), pp. 713 ss., spec. 715-719; Chizzini (2006), p. 22 ss.; Carratta (2017), pp. 91-95; Ansanelli (2017), p. 95 ss.

  65. 64 Si v., ad es., criticamente, Alcalá-Zamora Castillo (1933), pp. 714-715; Alcalá-Zamora Castillo (1933), pp. 1-6, 11-13; Montero Aroca (1994), p. 347 ss.

  66. 65 Cfr. Gómez de la Serna (1857), p. XIV e v., per alcune osservazioni critiche, Fairén Guillén (1969), pp. 102-106; Lasso Gaite (1998), 2., pp. 68-69.

  67. 66 Si v., a riguardo, anche per ulteriori rimandi bibliografici, Noceto (2024), pp. 179 ss.,

  68. 67 Cfr. Gómez de la Serna (1857), pp. 3, 65, ove è esplicitato il concetto del «juicio ordinario, que como tipo y norma debe servir para suplir á los demás en cuanto esplícitamente o implícitamente no se halle modificado». In proposito, si v., altresì, Fernández de la Rúa (1856), vol. II, p. 3; Gómez de la Serna, Montalbán (1856), p. 6; de Vicente y Caravantes (1856), vol. II, p. p. 341, ove pure si rinviene il riferimento alla caratterizzazione del «juicio ordinario como la raíz y la regla general de todos los demás».

  69. 68 Cfr., ad es., Rossi (1908-1913), p. 432 ss.; Ansanelli (2017), pp. 95-113, nonché, per ampia bibliografia, Noceto (2024), p. 317 ss.

  70. 69 Il virgolettato nel testo è tratto da Gómez de la Serna (1857), p. 30. Per alcune indicazioni bibliografiche sul solemnis ordo iudiciarius delineato dalle Siete Partidas, si v., ancora, Noceto (2024), pp. 14-34.

  71. 70 Cfr. Nougués Secall (1856), vol. II, pp. 7-8: «El juicio ordinario que es seguramente como el tronco de lo demás: es, por decirlo de una vez, la regla; los demás no son otra cosa que escepciones. El juicio ordinario es un retrato hecho en toda la magnitud del objeto: los otros son miniaturas» e, amplius, Fairén Guillén (1953), pp. 41-100.

  72. 71 Cfr., anche per la relativa bibliografia, Noceto (2024), pp. 186-187.

  73. 72 Si v., anche per gli opportuni approfondimenti di carattere bibliografico, Beltrán (2010), p. 234 ss.

  74. 73 In proposito, si v., ad es., Aguirre de la Peña (1862), pp. 450-462, spec. 460-462.

  75. 74 Cfr., a riguardo, Manresa y Navarro, Miquel, Reus (1875), vol. IV, pp. 375-376 ove può leggersi: «La nueva Ley no ha estado más esplícita que la legislación antigua al dar reglas para el procedimiento […]. La jurisprudencia, por tanto, ahora lo mismo que antes, se ha visto en la necesidad de suplir las omisiones ó insuficiencia de la Ley […], siguiendo la práctica más admitida, y fundándonos, como esta, en la consideración de que el juicio verbal es un ordinario abreviado, y por consiguiente debe haber en él la demanda, contestación, réplica, dúplica, y pruebas». Sul riscontro di analoghe tendenze nel pur variegato scenario delle codificazioni preunitarie italiane e del c.p.c. del 1865, si v., ancora, Noceto (2024), pp. 109 ss., 243 ss., 340 ss.

  76. 75 In argomento, si v., ad es., Bádenas Zamora (2014), pp. 261-299.

  77. 76 Cfr., ad es., Fernández de la Rúa (1856), vol. I, pp. 38-40.

  78. 77 Cfr., ad es., Gómez de la Serna, Montalbán (1861), vol. I, pp. 276-277; Manresa y Navarro, Miquel, Reus (1856), vol. I, pp. 86-87.

  79. 78 Cfr., del resto, quanto in Gómez de la Serna (1857), pp. VII-VIII: «Las Córtes Constituyentes estuvieron lejos de querer cambios radicales, impremeditados y violentos en nuestras leyes seculares; ni la desaparición de la prácticas, hijas del saber y de la esperiencia, que habían venido á suplir al derecho escrito en su silencio, en su insuficiencia, ó en su oscuridad... […] En los códigos españoles, en los libros de nuestros pragmáticos, en la costumbres del foro debía escoger [la comisión] lo que la esperiencia de los siglos recomendaba como bueno... […] La comisión tuvo por punto de partida lo tradicional, lo español, lo consignado en nuestro foro, y procuró purificarlo en el crisol de la ciencia y perfeccionarlo dentro de sus mismas condiciones».

  80. 79 Per alcuni riscontri di tale fenomeno, si v. Noceto (2024), p. 190 ss.

  81. 80 Si v., ancora, Noceto (2024), p. 273 ss.